La Rete si racconta | Cooperativa L’Impronta

L’esperienza della SCS L’Impronta in Lockdown

 

Cosa farebbe “il Professore” contro il coronavirus?

Prende spunto da questa domanda suggestiva (titolo di un interessantissimo articolo di Riccardo Luna pubblicato su La Repubblica del 12/04/2020) il nostro racconto di resilienza/resistenza educativa in piena emergenza Covid-19.  Per chi non lo sapesse, “Il Professore” è uno dei protagonisti della ormai famosissima e ultra amata serie TV La Casa di Carta.

Nessuno di noi, né gli operatori né tantomeno i ragazzi che ospitiamo nella sede della SCS L’Impronta di Busto Arsizio era preparato all’imprevedibile: questo è importante dirlo chiaramente. Dalle prime avvisaglie di allarme del mese di febbraio, ci mettiamo tutti un bel po’ a capire che la situazione è grave e ci travolgerà tutti: chi più chi meno.

Tutto sembra ovattato, surreale.

Il centro Diurno, la nostra “seconda casa”, ospita educatori, volontari, minori, giovani adulti, tirocinanti, studenti in alternanza scuola lavoro… una famiglia allargata in cui ognuno trova un suo posto e un suo ruolo. Si comincia alle 9 del mattino con un caffè e una brioche nella nostra cucina e poi si va in laboratorio, dove si svolgono la maggior parte delle nostre attività educative e di produzione artigianale/artistica.

Rimanendo nella metafora della casa, il laboratorio è la nostra “stanza dei giochi”, non perché qui si giochi soltanto, intendiamoci, ma perché il laboratorio è il cuore creativo, il luogo delle relazioni, dello scambio di idee, dell’evoluzione dei percorsi di ognuno. Dentro il laboratorio Improntart si incrociano storie, si scoprono talenti, ci si sporcano le mani e i vestiti, si ride, si sta insieme…ed è tutto molto corporeo, materico: l’esatto contrario della distanza sociale che in questi mesi, invece, è diventata la nostra quotidianità.

E che dire del momento del pranzo? Il momento della condivisone per eccellenza in cui operatori e ospiti si siedono ad un tavolo, spesso un po’ appiccicati, perché c’è sempre qualcuno che si è aggiunto all’ultimo momento, ed è sempre comunque il benvenuto. Nella mente quei momenti adesso hanno un sapore amaro: la nostra cucina è vuota e chissà per quanto tempo non potremo più mangiare alla stessa tavola.

Ma torniamo a febbraio. Il nostro Centro Diurno chiude subito, il 24 febbraio, in corrispondenza della chiusura delle scuole. Poco dopo, si interrompe anche l’attività di produzione artigianale, così come chiude la Bottega equosolidale Migrando, gestita dalla cooperativa.

Tutto fermo. Tutti a casa…come è giusto che sia.
La nostra casa adesso sembra davvero una casa di carta: fragile, instabile, in bilico.

Il senso di disorientamento ci pervade. Che fare? Come portare avanti il nostro lavoro? Iniziamo a pensare a strategie alternative. Per un gruppo di operatori abituati a mettere al centro la persona, nella sua integrità e che ha fatto della metodologia del “fare insieme” un cavallo di battaglia, non è immediato ripensare le relazioni e tutto il complesso sistema dell’agire educativo sotto il vessillo della necessaria e richiesta distanza sociale. Dai Servizi Sociali, nostri interlocutori privilegiati e nostri committenti, non arriva nessuna indicazione operativa: anche loro stanno combattendo una battaglia che non ha precedenti. Si avvertono confusione e discrezionalità: mancano linee guida univoche. E poi un paradosso: nel ginepraio delle comunicazioni che si susseguono scopriamo che potremmo anche tenere aperto il Centro Diurno visto che il nostro codice Ateco lo permette. Ma come? Le scuole sono le prime a chiudere e un centro come il nostro, dove una decina tra ragazzi ed educatori convivono otto ore al giorno a stretto contatto, può restare aperto? Non se ne parla: la sicurezza prima di tutto. Dobbiamo pensare a qualcosa di alternativo.

Scrive Riccardo Luna nel suo articolo:

«Ci servono speranze fondate e verità spietate. Serve un piano.
Nella “Casa di Carta” quando la banda sembra spacciata, quando la logica
imporrebbe una resa, cos’è che tiene il gruppo unito e vivo? Un piano.
Il fatto che “il Professore” abbia studiato tutto, previsto tutto, calcolato tutto.
Se hai un piano non ti arrendi, nemmeno alla disperazione.
Se hai un piano, combatti»

Si susseguono riunioni a distanza e riflessioni scambiate via telefono e via mail per ri-organizzarci e ri-pensarci. Non solo: serve un piano concreto, che ci permetta di mantenere la continuità educativa con i nostri utenti e, cosa di non poca importanza, farcela riconoscere formalmente dai nostri committenti/collaboratori, i Servizi Sociali.  Già dal mese di marzo “il piano” prende forma. Primo passo: non perdere il contatto con i ragazzi e dare sostanza alla relazione educativa nonostante la distanza.

 

Ci strutturiamo come segue:

  1. Colloqui telefonici o in videochiamata individuali
  2. CHAT WATHSAPP.
  3. LAVORO DI GRUPPO in Videochiamata: “Laboratorio del qui e ora” e “Laboratorio delle emozioni”.
  4. LAVORO DI RETE con i Servizi Sociali e gli altri enti coinvolti nel progetto educativo dei minori.

 

Il piano sembra funzionare bene: i ragazzi partecipano con entusiasmo, non perdiamo nessuno per strada.

Le azioni di gruppo e quelle individuali vanno calibrate con attenzione, perché ognuno di loro ha una situazione differente e anche differenti strumenti. Per chi non ha problemi con i mezzi tecnologici non è difficile partecipare alle videochiamate; ma subito ci rendiamo conto che alcuni ragazzi non amano questo mezzo e quindi, con loro, si predilige il contatto telefonico: il rapporto uno a uno.

C’è un altro problema: non tutti hanno un computer o una connessione internet in abbonamento… può sembrare strano nel 2020 e soprattutto parlando di adolescenti, che siamo abituati a pensare sempre “attaccati” al cellulare e ai social network, ma la realtà è molto più complessa e le differenze ci sono. Famiglie con situazioni socio economiche precarie che non possono permettersi di pagare un fisso al mese per godere dei benefici della tecnologia, tanto meno adesso che quasi tutti sono a casa, spesso senza stipendio, in attesa della cassaintegrazione, che a distanza di più di un mese ancora non arriva. E i figli vanno avanti con ricariche da 5 euro sui propri cellulari, che devono far durare per più tempo possibile. La tecnologia offre tante possibilità, ma il costo non è sempre accessibile (o prioritario) per tutti.

Qualcuno rimane tagliato fuori non solo dai contatti con noi educatori del Centro Diurno (nel giro di pochi giorni ci attrezziamo per garantire almeno il contatto telefonico), ma anche dal circuito scolastico. Non hanno modo di partecipare alle video lezioni organizzate dalla scuola, non sono in grado di ricevere o inviare mail per avere indicazioni su come affrontare la didattica a distanza. Per fortuna noi, solo in un caso, registriamo questa situazione, ma è comunque grave.

La nostra è una piccola e personalissima sperimentazione.

Avremo tempo e modo di valutarne l’impatto all’interno dei progetti educativi e della nostra Organizzazione e di fare tesoro di questa esperienza. L’obiettivo primario, però, che è stato quello di permettere alla nostra casa di carta di non crollare e sparire travolta dalla bufera e di garantire ai nostri utenti, ascolto, vicinanza, supporto e di farli sentire un po’ meno soli in questo momento di isolamento, sembra raggiunto in maniera soddisfacente. Ma per quanto tempo?

Il desiderio di tornare alla normalità, di ricominciare a vederci e lavorare fianco a fianco, di sporcarci dei colori del laboratorio, di mangiare alla stessa tavola, è grande. I ragazzi hanno bisogno di contatto fisico, visivo, di materia…

La fase 2 di questa emergenza forse ci permetterà di ricominciare a vederci, ma non dobbiamo avere fretta. La sperimentazione continua…

 

Marta Gallina
SCS L’Impronta Onlus
https://www.cooperativaimpronta.it/

 


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